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Dall’arrivo del Covid-19, la pratica clinica della terapia occupazionale ha dovuto modificarsi ed adattarsi a nuove modalità di lavoro. Uno dei più importanti limiti che contribuisce negativamente sulla vita dei degenti è la difficoltà di farli incontrare con i propri familiari e le persone care; bisogna, quindi, supportare la loro fragilità nell’accettare questa nuova condizione, che non permette di essere in rapporto con l’esterno aumentando il senso di emarginazione e solitudine. Spesso, l’anziano, non rendendosi conto della motivazione di tali cambiamenti, tende a provare un sentimento di delusione nei confronti della vita e si accorge che il suo peso nella società si è dimezzato, con una limitatissima capacità decisionale, ma anche sentimenti di esclusione e di abbandono soprattutto nei confronti della propria famiglia. Con il passare del tempo, in relazione alla capacità di adattamento e in seguito alle molteplici spiegazioni più semplici possibili che vengono date sul Covid-19 e relative conseguenze, il degente riesce ad abituarsi all’ambiente, ma allo stesso tempo tende a distaccarsi dalle situazioni e dagli affetti, diventando sempre più incapace e dipendente. A seconda delle sue condizioni, assume un atteggiamento passivo o aggressivo, diventando più silenzioso, ripiegando su se stesso. Rompe i rapporti con l’ambiente e rifiuta ogni contatto, rendendo più difficile anche il suo inserimento nel gruppo. È qui che il terapista occupazionale sforza il degente al recupero, alla crescita, al benessere e ad impegnarsi per raggiungere, in tutte le sfere di vita (cura del sé, produttività e tempo libero) i propri obiettivi; obiettivi che, seppur con una minima variazione positiva nell’esecuzione di una performance, possono essere considerati un grande risultato.

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Jessica Del Grande
  • Jessica Del Grande