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È trascorso esattamente un anno da quando improvisamente, senza chiedere permesso, il Covid-19, virus dal nome strano, semi sconosciuto e soprattutto (cosa ben più importante) molto lontano da queste latitudini, è approdato nel nostro Paese. È accaduto tutto molto in fretta: i due turisti cinesi a Roma, poi a Milano un uomo d’affari di ritorno da un viaggio all’estero. Roba da ‘businessman’, pensavamo. Ma avevamo torto. Il contagio, lo ricordiamo tutti, è dilagato con una velocità fulminea e ha in breve interessato tutto il territorio nazionale e tutte le fasce di età. Quasi 3 milioni di casi. Oltre 90 mila morti (numero che sarà certamente salito nel momento in cui voi, cari lettori, vi troverete a sfogliare queste pagine). Il virus ‘straniero’ ha cominciato quindi ad essere ‘nostrano’, la nostra ossessione quotidiana, in nostro nemico numero uno. Oggi, ad un anno di distanza, possiamo certamente dire che abbiamo imparato a conoscerlo, a guardarlo negli occhi e combatterlo, ma guai a dichiararci vincitori in questa battaglia. Al di là dei numeri, ed è qui che vi chiamo ad una riflessione, dovremmo infatti cominciare a ragionare soprattutto di ‘responsabilità’, perché passata l’emergenza sarà d’uopo domandarci ‘cosa’ sia andato storto. Perché è inutile scomodare i crismi dell’eccezionalità di un evento pandemico (forse lo dimentichiamo, ma le pandemie sono cicliche, ci sono sempre state e sempre ci saranno) se non avremo il coraggio di chiederci dove abbiamo sbagliato. ‘Responsabilità’ è un termine che spesso viene usato in accezione positiva, ma così facendo corriamo il rischio di crearci un alibi semantico. Responsabilità significa soprattutto mettersi in discussione. Assumersi ora la responsabilità collettiva di quanto accaduto, di aver dimenticato di prepararci ad un evento che era logico attendersi, è un esercizio non solo utile, ma necessario se vogliamo affrontare il futuro garantendo la miglior assistenza sanitaria possibile. La responsabilità è quindi la parola chiave, ed è di tutti. Degli operatori sanitari, delle Istituzioni, delle direzioni di presidio, dei media, delle società scientifiche e financo delle associazioni. Questo peso dobbiamo portarlo tutti, perché tutti saremo chiamati a fare la nostra parte. Tutti dobbiamo chiederci quale sarà il nostro contributo. Se fino ad oggi siamo stati, tutti, poco determinanti, è ora di assumercene la responsabilità e cambiare passo. Per risolvere un problema bisogna riconoscerne che ce ne è uno. Non siamo più il miglior sistema sanitario del mondo. Ma possiamo tornare ad esserlo. Buona lettura.

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Maria Giulia Mazzoni
  • Maria Giulia Mazzoni