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Come è cambiata l’assistenza sanitaria durante la pandemia da SARS-CoV-2 Lo scoppio della pandemia da nuovo coronavirus, SARS-CoV-2, ha portato, ad oggi, oltre 4 milioni di persone nel mondo (e più di 200.000 in Italia) a richiedere cure ospedaliere intensive per la malattia ad esso correlata (Coronavirus Disease-19 – Covid-19) [1], mettendo a dura prova anche Paesi con sistemi sanitari nazionali ben sviluppati e sfidando la loro capacità di far fronte alle esigenze dei soggetti più fragili e delle persone con disabilità. Secondo il rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), pubblicato il 3 agosto 2020, il numero totale di casi diagnosticati finora ammonta a circa 18 milioni di casi, in tutto il mondo, tra cui circa 700.000 decessi [2, 3]. Gli Stati Uniti, con il Brasile e i Paesi Europei tutti assieme rappresentano, ad oggi, il 63% dei casi e l’80% della mortalità globale [4]. Un numero crescente di rapporti epidemiologici mostra che i maggiori rischi di mortalità e morbilità riguardano le persone fragili e vulnerabili, in particolare gli anziani, i soggetti che soffrono di comorbilità multiple o malattie croniche (principalmente ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, stato immunitario compromesso). Si conta che nei Paesi dell’Unione Europea, il 32% dei casi diagnosticati abbia richiesto il ricovero in ospedale e i rapporti disponibili sull’esito mostrano che il tasso di mortalità raggiunge l’11% in questo sottogruppo, mentre si sa poco delle sequele subite dai sopravvissuti a breve, medio e lungo termine [1-4].

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Maria Gabriella Ceravolo
  • Maria Gabriella Ceravolo