Arteterapia contro Alzheimer

Silvia Ragni
Silvia Ragni
Psicologa psicoterapeuta, musicoterapeuta e arteterapeuta di Roma. Coordinatrice del centro diurno Alzheimer di Fondazione Sanità e Ricerca

Nell’immaginario comune con che cosa si associa solitamente la parola Alzheimer? Sicuramente memoria, e poi un insieme di suggestioni che normalmente terminano incutendo un senso di angoscia per il senso di smarrimento che evocano. I disturbi associati alla malattia, conseguenti ai deficit che causa sono effettivamente accomunati dall’alfa privativa che precede il nome di etimologia greca: afasia, agnosia, aprassia, anomia… Termini che si definiscono attraverso una perdita, una mancanza.

L’arteterapia viene utilizzata come strumento per mantenere il più a lungo possibile le capacità residue e diviene un efficace vettore di comunicazione non verbale per il malato di Alzheimer. Entriamo nel merito grazie a questo interessante, quanto emozionante, racconto

Si parte da un’integrità, da un’alta specializzazione cognitiva e funzionale, da un’identità strutturata nel tempo e ci si trova a essere diagnosticati per una progressiva involuzione e per un decadimento globale, con conseguente perdita dell’autonomia. Vista in quest’ottica, con la attuale consapevolezza che ancora le cause di insorgenza della malattia non sono note e che l’apporto farmacologico aiuta ma non risolve, appare tutto perduto, come la memoria… Se spostiamo lo sguardo, se accogliamo gli inevitabili deficit e ci concentriamo su un paradigma che sostituisce al to cure il to care, la visione è estremamente diversa.


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