Caregiving informale tra stress e resilienza

Francesca Merzagora , Nicoletta Orthmann

L’attività di cura e assistenza verso un proprio familiare rappresenta un vero e proprio “lavoro”, unico nel suo genere, nell’ambito del quale ad attività di tipo pragmatico-organizzativo (supporto nelle mansioni della quotidianità, vigilanza, accompagnamento, adempimento di pratiche burocratiche…) e sanitario (gestione dei rapporti con i medici e delle terapie) si intrecciano emozioni contrastanti, spesso complicate da un senso di inadeguatezza. Essere caregiver impatta inevitabilmente su tutte le dimensioni della vita, dalla salute psico-fisica agli affetti familiari, dalle relazioni sociali al lavoro e al tempo libero. Identikit del caregiver familiare Secondo i dati pubblicati nel 2018 dall’ISTAT, sono oltre 7 milioni (pari a circa il 15% della popolazione) gli italiani impegnati nel caregiving informale, a favore cioè di propri familiari.

In questo approfondimento analizziamo insieme alle nostre esperte della Fondazione Onda il ruolo del caregiver familiare, soffermandoci in particolare sulle caratteristiche e sulle difficoltà psicofisiche alle quali questa figura va incontro

La maggior parte ha più di 50 anni, uno su cinque più di 60. Per circa la metà di loro il tempo settimanale dedicato all’attività di assistenza risulta tra le 10 e le 20 ore, un quarto è impegnato per più di 20 ore. Sono soprattutto donne, del resto l’associazione del ruolo di caregiver al genere femminile affonda le proprie radici in un retaggio culturale e in un contesto sociale fortemente connotato nel nostro Paese che identifica nell’essere “donna” un’inclinazione naturale alla cura e un’abnegazione per le necessità dei propri cari, soprattutto di quelli più fragili e bisognosi.


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