RS100, riparte da Bologna

Gli anziani residenti in Emilia- Romagna al 1° gennaio 2018 sono oltre un milione, pari al 23,8% del totale della popolazione regionale. Gli ultrasettantacinquenni sono 568.002 (12,7% della popolazione complessiva) e le persone che hanno superato gli ottant’anni risultano oltre 350 mila (8%). Le previsioni demografiche indicano nel periodo 2015-2035 una crescita complessiva della popolazione anziana (65 e oltre) di circa il 22% a fronte di una sostanziale stabilità della popolazione complessiva (+0,6%). Secondo i dati emersi dall’indagine Passi d’Argento 2012, la popolazione anziana dell’Emilia- Romagna è risultata poi costituita per il 56% da persone in buona salute e a basso rischio di malattia, il 14% in buona salute ma a rischio di malattia e fragilità, il 18% con segni di fragilità e il 12% con disabilità. Sempre nel Rapporto si legge che in Emilia- Romagna il 6% delle persone ultrasessantacinquenni ha riferito di stare molto bene, il 30% bene, il 51% discretamente, l’11% male e il 2% molto male.

Scattiamo la consueta fotografia della popolazione anziana residente in Emilia-Romagna, territorio su cui insiste il primo appuntamento 2019 del corso RS100 Strutture. Vediamo quindi come si compone l’universo over 65 e quali sono le principali politiche messe in campo dalla Regione. Entriamo nel merito

Gli uomini hanno dichiarato di stare meglio delle donne in tutte le fasce d’età e la percezione di essere in buona salute è più alta in entrambi i generi sotto i 75 anni. Premesso questo, i dati rivelano che gli anziani della regione sono in prevalenza donne. Questa tendenza è chiaramente da ricondurre alla maggiore longevità che le caratterizza (oggi come in passato). A inizio anni Settanta l’aspettativa di vita per un nato in Emilia-Romagna era di circa 70 anni, se maschio, e 76 anni, se femmina; nel 2014 la vita media attesa è aumentata a circa 81 anni per i maschi e a oltre 85 anni per le femmine. Proseguendo poi nella lettura dei documenti resi disponibili dalle Istituzioni regionali, apprendiamo altri dati molto interessanti. Vediamo quali. Dopo oltre venti anni di lenta ma costante crescita, a partire dal 2010 si è registrato un calo delle nascite che ha riguardato sia gli italiani sia gli stranieri. Per la componente italiana, il calo è attribuibile quasi esclusivamente alla struttura per età della popolazione femminile: ogni anno escono dal novero delle donne in età feconda le generazioni nate negli anni ’60 ed entrano quelle, molto meno numerose, nate nei decenni successivi. I nati stranieri invece diminuiscono nonostante l’aumento della popolazione femminile immigrata in età feconda. In questo caso, la riduzione delle nascite è dovuta ad un effettivo calo del numero medio di figli per donna. Questi andamenti si riflettono sui valori di alcuni indici demografici, come ad esempio l’indice di vecchiaia, che torna lentamente a crescere. Dopo più di un decennio di miglioramenti nel rapporto tra anziani e giovani, dal 2012 si assiste a una battuta d’arresto dovuta ai differenti tassi di crescita che caratterizzano i segmenti di popolazione anziana e giovanile. Fra il 2012 e il 2015 la popolazione con più di 65 anni cresce molto più di quella con meno di 15 anni: oltre 39 mila anziani in più a fronte di poco meno di 4 mila giovani. Questa dinamica si accompagna a un costante assottigliamento della popolazione in età lavorativa: tra il 2012 e il 2015 la popolazione in età tra i 15 e i 64 anni è diminuita di circa 45 mila unità. Questi opposti andamenti determinano un peggioramento del grado di dipendenza economico-sociale tra le generazioni: in Emilia- Romagna 100 persone in età attiva, oltre a dover far fronte alle proprie esigenze, hanno teoricamente “a carico” altre 58 persone inattive (anziani e bambini) a fronte delle 55 della media italiana. Data l’attuale struttura per età e l’effetto dell’inerzia demografica, è possibile affermare che il segmento di popolazione con più di 65 anni continuerà a crescere anche in futuro soprattutto se si considera che tra il 2020 e il 2030 tutte le numerose generazioni nate nel corso del baby-boom avranno oltrepassato la soglia dei 65 anni di età.

In Emilia-Romagna è presente una rete di oltre 50 centri per i disturbi cognitivi e le demenze

All’effetto struttura dovuto al susseguirsi sull’asse delle età di generazioni di numerosità diversa si aggiunge l’effetto dovuto al lento e progressivo aumento della longevità che si attende in crescita anche per il prossimo ventennio, seppure con ritmi rallentati rispetto agli ultimi 20 anni. Nello specifico, per la derivazione dello scenario demografico qui presentato, si è ipotizzato che la speranza di vita alla nascita nei prossimi venti anni passi per gli uomini dai circa 81 anni attuali a 84 anni e per le donne da 85 anni a 87 anni, sostanzialmente si applica ai prossimi 20 anni l’incremento osservato negli ultimi 10 dimezzando quindi i ritmi di crescita osservati per la sopravvivenza. Sulla base di queste ipotesi ci si attende che nei prossimi venti anni la consistenza della popolazione con 65 anni o più superi 1 milione e 273 mila unità, circa il 22% in più rispetto agli anziani presenti in regione al 2015. Con questo presupposto la popolazione di 65 anni o più che oggi rappresenta il 23,4% del totale, nel 2035 rappresenterebbe oltre il 28% della popolazione complessiva. Scomponendo poi la classe di età 65 e oltre in due sottoclassi osserviamo che mentre fino al 2025 ad aumentare dovrebbe essere soprattutto la popolazione dei grandi anziani (75 anni o più) tra il 2025 e il 2035 sarà soprattutto la popolazione di 65-74 anni ad aumentare. A fronte di questo consistente aumento della popolazione anziana ci si attende una sostanziale stabilità della popolazione complessiva (+0,6% in 20 anni): l’aumento della popolazione anziana continuerà infatti ad essere accompagnato da una tendenziale diminuzione della popolazione in età lavorativa e questo pone delle sfide ai sistemi di welfare nonostante le condizioni di salute della popolazione anziana facciano registrare continui miglioramenti. A fronte di questo contesto sociale, come si pone la politica della Regione?

Piano sociale e sanitario della Regione Emilia-Romagna 2017-2019 Il Piano sociale e sanitario della Regione Emilia- Romagna è uno strumento di programmazione integrata nell’ambito dei servizi e degli interventi sociali e sanitari.

Cosa fa la Regione Lotta all’esclusione, alla fragilità e alla pover tà sono i principali obiettivi del documento; integrazione tra sanità e welfare, programmazione partecipata, coinvolgimento diretto del Terzo settore, riorganizzazione dei servizi in base ai nuovi bisogni determinati dalla crisi economica ne sono il fulcro. Al Piano si affiancano per la prima volta 39 schede operative: una novità, più in linea con i documenti di matrice europea, che permette di integrare la parte di indirizzo generale con indicazioni dettagliate per la realizzazione delle azioni. Azioni che hanno il compito di migliorare la presa in carico della popolazione fragile (anziani spesso non autosufficienti e soli, ma anche famiglie e adolescenti in condizione di povertà o disagio), promuovere e monitorare la qualità e la sicurezza sia nelle cure che nei luoghi di lavoro, perseguire la qualificazione del personale e l’equità di accesso ai servizi in tempi adeguati al bisogno. Il Piano viene attuato attraverso la definizione di specifici interventi che il sistema Regione-Enti locali è chiamato a realizzare nell’ambito dei programmi regionali e della programmazione distrettuale. Nel dettaglio: • lotta all’esclusione, alla fragilità e alla povertà, attraverso tre strumenti: legge regionale sull’inclusione socio lavorativa (n. 14/2015), legge regionale sul Reddito di solidarietà (n. 24/2016) e attuazione del Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) introdotto dal Governo; • consolidamento e sviluppo del Distretto, ambito territoriale di cui fanno parte, oltre all’Azienda sanitaria, i Comuni o le Unioni di Comuni, quale snodo strategico per erogare in modo ancora più integrato i servizi sanitari, sociali e sociosanitari; • interventi destinati alle donne vittime di violenza e ai loro figli per aiutarle a uscire da questa condizione (formazione, casa, lavoro); • azioni per consolidare i risultati già raggiunti sulla riduzione delle liste di attesa (per l’accesso alle visite, agli esami diagnostici e agli interventi programmati): modulazione degli orari e dei giorni di apertura, assunzione di personale ad hoc, campagna informativa ai cittadini sulla disdetta delle prenotazioni; • nascita e sviluppo di luoghi e servizi di cura e socioassistenziali sempre più vicini ai cittadini, quali le Case della Salute e gli Ospedali di comunità; • investimenti specifici e strutturali, come quelli destinati alla non autosufficienza, al sostegno per i minori, all’assistenza delle persone con disabilità rimaste sole (programma “Dopo di noi”). Il nuovo Piano prende il posto del precedente, pensato e scritto nel 2008, quando ancora la più grande crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra non aveva dispiegato i propri effetti. Aggiornato negli anni successivi con l’obiettivo di ricalibrare gli interventi a vantaggio dei soggetti più vulnerabili, in primo luogo minori e adolescenti, definisce gli strumenti necessari ad affrontare i nuovi bisogni e le profonde trasformazioni in atto nella società, scommettendo sull’integrazione tra sanità e welfare. Il documento offre anche una fotografia aggiornata dell’Emilia- Romagna, a partire dalla sua composizione demografica e sociale. Il Piano viene attuato con la definizione di specifici interventi da realizzare da parte del sistema Regione-Enti locali nell’ambito dei programmi regionali e della programmazione distrettuale. Tali interventi sono descritti da schede che individuano gli obiettivi e le azioni da sviluppare nell’arco di vigenza del Piano, con particolare attenzione agli aspetti di integrazione e trasversalità, e dettagliano destinatari e indicatori per la misurazione del risultato.

I tanti volti dell’assistenza Case famiglia (per anziani e disabili) La Casa Famiglia è una piccola struttura/comunità di tipo familiare (che può accogliere fino a sei ospiti), con funzioni di accoglienza e bassa intensità assistenziale, bassa e media complessità organizzativa, destinata ad accogliere utenza priva del necessario supporto familiare, o per la quale la permanenza nel nucleo familiare sia temporaneamente o permanentemente impossibile o contrastante con il progetto individuale.

Cosa fa la Regione Regione e ANCI Emilia-Romagna hanno elaborato specifici “Indirizzi regionali per i regolamenti locali sulle Case famiglia”, con la collaborazione e la condivisione di Organizzazioni sindacali – con le quali è stato sottoscritto uno specifico Accordo – Associazioni di pazienti e famigliari, esperti dei Comuni e delle Aziende Usl, Comitati Consultivi Misti. Il documento è a disposizione dei Comuni e delle Ausl per supportarli nello svolgimento di un’attività di fondamentale importanza per il welfare delle comunità locali, attraverso la definizione di regole omogenee e chiare per tutti. Le linee di indirizzo, oltre a prevedere gli opportuni controlli a tutela della sicurezza degli ospiti, promuovono le strutture più meritevoli, tramite specifici elenchi comunali che danno visibilità a quelle case famiglia che possiedono elementi migliorativi per la qualità della vita e dell’assistenza degli ospiti, inerenti molteplici aspetti: il comfort abitativo, la qualità e la varietà di attività promosse, i servizi aggiuntivi forniti, il livello di qualificazione e aggiornamento del personale, la partecipazione del volontariato e dei familiari. Al fine di promuovere un servizio di qualità, un recente intervento legislativo dell’Assemblea Legislativa Regionale (art. 36. LR. N. 11/2018) ha aggiornato la disciplina di settore, prevedendo: • che siano verificati i requisiti di moralità dei soggetti gestori delle case famiglia esplicitati dalla legge, quale presupposto per l’esercizio dell’attività (divieto di avvio di attività di gestione di Case Famiglia, di appartamenti protetti e di gruppi- appartamento per anziani e disabili per i soggetti che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza; che abbiano riportato una condanna con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo, per il quale è prevista una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni; che abbiano riportato una condanna con sentenza passata in giudicato a pena detentiva per uno dei delitti di cui al libro II, titolo V, VI, IX, XI, XII, XIII del codice penale; oppure che siano stati sottoposti a una delle misure di prevenzione di cui al Codice delle leggi antimafia); • la centralità della “Segnalazione certificata di inizio attività (SCIA)” alle amministrazioni comunali competenti per le verifiche e per l’esercizio dei controlli.

Assistenza in strutture residenziali La rete delle strutture residenziali socio-sanitarie ha l’obiettivo di consentire alle persone che non possono essere assistite in casa (per le difficoltà della famiglia o per l’elevato livello assistenziale di cui hanno bisogno) di continuare a vivere il più possibile come fossero a casa loro. Accolgono persone anziane, persone disabili, persone in condizioni di particolare disagio dovuto a tossicodipendenza o a malattie che possono essere invalidanti (come l’Aids), persone con disagio psichico. L’assistenza è basata sull’integrazione dei servizi sanitari con i servizi sociali e sulla valorizzazione di tutte le competenze e le risorse presenti nel territorio: le singole persone, le famiglie, i gruppi e le associazioni del volontariato. Nelle strutture residenziali sono garantiti, oltre all’assistenza sanitaria e alla riabilitazione, i servizi per la cura della persona (per esempio, gli aiuti per l’igiene personale, per il movimento, per l’alimentazione) e la vita di relazione. La rete di strutture residenziali comprende: Le case residenza per anziani non autosufficienti (ex Residenze sanitarie assistenziali, RSA, Case protette) sono strutture dedicate a persone anziane non autosufficienti che non possono restare nella propria abitazione. Prevedono una permanenza anche per periodi lunghi. L’assistenza, garantita 24 ore su 24, ha lo scopo di prevenire ulteriori perdite di autonomia, mantenere le capacità fisiche, mentali, affettive e relazionali della persona ospitata. Sono assicurate l’assistenza del medico, dell’infermiere, del fisioterapista, dell’operatore socio-sanitario e le consulenze di mediche specialistiche e psicologiche. Sono programmate attività di animazione. L’organizzazione è in grado di garantire flessibilità e personalizzazione del servizio. Per l’accesso a queste strutture è prevista una preliminare valutazione dell’Unità di valutazione geriatrica territoriale, che fa riferimento al Distretto, composta da un geriatra, un in fermiere professionale e un assistente sociale. Per il primo contatto non c’è bisogno di alcuna documentazione specifica, occorre rivolgersi all’assistente sociale del Comune di residenza o del Servizio assistenza anziani del proprio Distretto della Azienda Usl di residenza.

Nuclei dedicati a persone anziane con demenza e gravi disturbi del comportamento, adulti con gravissime disabilità acquisite All’interno delle case residenza, possono essere attivati dei nuclei specializzati per l’accoglienza temporanea di persone anziane con demenza e gravi disturbi del comportamento e nuclei per l’accoglienza di persone adulte con gravissima disabilità acquisita: handicap gravissimo acquisito in conseguenza di gravissime cerebro lesioni, mielolesioni, esiti disabilitanti di patologie neurologiche involutive in fase avanzata (delibera di Giunta regionale 2068/2004). Per gli anziani con demenza o gravi disturbi del comportamento il riferimento per l’accesso è sempre l’Unità di valutazione geriatrica. Per gli adulti con gravissima disabilità, il riferimento è l’Unità di valutazione multidimensionale dell’Azienda Usl di residenza.

Residenze sanitarie psichiatriche Le Residenze sanitarie psichiatriche sono strutture destinate al ricovero di persone con disturbi psichiatrici. L’accoglienza in queste strutture avviene esclusivamente su indicazione di un medico specialista dei Dipartimenti di salute mentale delle Aziende Usl. Possono essere: a. residenze a trattamento intensivo: accolgono persone in condizioni di scompenso psicopatologico acuto, per le quali non è necessario o opportuno il ricovero in ospedale. Vengono assicurate attività di diagnosi, attività terapeutiche e riabilitative di esclusiva competenza psichiatrica. L’assistenza è lungo tutto l’arco della giornata (h 24). La durata massima della degenza è di 30 giorni (prorogabili fino a 60); b. residenze a trattamento protratto: accolgono persone con psicopatologia complessa, per le quali viene elaborato un progetto personalizzato di riabilitazione e di risocializzazione. L’assistenza sanitaria è per 12 ore al giorno. La degenza massima è di 180 giorni, prorogabili fino a un anno con una riformulazione del progetto terapeutico. c. residenze a trattamento socio riabilitativo: accolgono persone con psicopatologia grave, disturbi di relazione e disabilità ambientale elevati. Assicurano assistenza specializzata per la riabilitazione e la risocializzazione per prevenire ulteriori inabilità. L’obiettivo è di favorire il reinserimento sociale della persona nel suo contesto di vita. L’assistenza sanitaria è assicurata per almeno 6 ore al giorno. Il ricovero di norma non è superiore a un anno, ma è prorogabile fino a tre anni con riformulazione del progetto terapeutico.

Residenze socio-sanitarie psichiatriche Le Residenze socio-sanitarie psichiatriche sono strutture residenziali a medio-lungo termine per persone con disturbi psichiatrici che non hanno supporti familiari o per le quali non è utile o opportuna la permanenza nel nucleo familiare. All’interno sono previsti interventi volti all’acquisizione dell’autonomia individuale nelle attività quotidiane, al potenziamento o al miglioramento delle abilità personali “residue”, all’integrazione sociale, e a favorire opportunità di vita indipendenti. Le strutture possono essere organizzate anche come insieme di singoli appartamenti (fino a 6 posti letto ciascuno). Le strutture fino a 6 posti letto si suddividono in “strutture con assistenza diurna” e “strutture con assistenza nell’arco delle 24 ore”.

Hospice “Prendersi cura”: questo impegno del Servizio sanitario regionale riguarda tutti, anche quelli che la medicina non è in grado di guarire. Prendersi cura significa dare sollievo al dolore fisico, alla sofferenza psicologica e spirituale, cercare di garantire la migliore qualità di vita possibile, anche in strutture da dedicare ad ammalati che, per diverse ragioni, non possono restare nelle loro case. L’hospice è una di queste strutture: un luogo di accoglienza, ricovero e cura che vuole essere confortevole e rispettoso delle esigenze degli ammalati e dei loro cari. Garantisce assistenza personalizzata, cura il dolore e risponde ai bisogni psicologici, sociali e spirituali. Ogni camera è dotata di un posto letto per il familiare. Vi operano medici, infermieri, psicologi, operatori tecnici e sociosanitari, assistenti sociali. Collaborano ad assistere e ad accudire la persona ammalata le organizzazioni di volontariato e, quando possibile, anche la famiglia. L’assistenza è 24 ore su 24. Accoglie ammalati oncologici gravi e ammalati cronici affetti da altre molteplici patologie (per esempio del sistema nervoso centrale, dell’apparato cardiovascolare e respiratorio). È parte integrante della rete delle cure palliative (così sono chiamate le cure per eliminare i sintomi dolorosi di ogni natura anche quando la medicina non può più guarire) e si integra con l’assistenza domiciliare. L’hospice può essere situato presso gli ospedali o sul territorio. Può essere gestito dall’Azienda sanitaria o da associazioni di volontariato in convenzione con l’Azienda sanitaria. Per accedere all’hospice occorre rivolgersi al proprio medico di famiglia oppure al punto unico di accesso all’assistenza domiciliare del distretto o al medico dell’ospedale, se la persona ammalata è ricoverata.

Centri diurni I Centri diurni sono strutture semiresidenziali – in funzione solo durante il giorno – che accolgono persone che vivono in famiglia (a seconda del tipo di struttura): persone anziane, persone disabili persone con disagio psichico, con tossicodipendenza, con Aids. Per ogni persona vengono attuati programmi individuali che comprendono attività di riabilitazione e di socializzazione.

Centri diurni per anziani Per l’accesso ai centri diurni è prevista, nel caso delle persone anziane, la preliminare valutazione dell’Unità di valutazione geriatrica, composta da un geriatra, un infermiere professionale e un assistente sociale, che fa riferimento al Distretto. Nel caso dei disabili, la valutazione preliminare è effettuata dal Servizio disabili adulti che può essere dell’Azienda Usl o del Comune. Per un primo contatto o per informazioni sui Centri diurni ci si può rivolgere all’assistente sociale del Comune di residenza, al Servizio assistenza anziani (Saa).

Servizi per il mantenimento al domicilio. Cosa fa la Regione La Regione Emilia-Romagna risponde ai bisogni degli anziani, organizzando e sostenendo la rete territoriale di servizi socio-sanitari. L’obiettivo specifico della rete dei servizi per anziani è favorire il massimo mantenimento dell’autonomia individuale, aiutare l’anziano a rimanere nella propria casa e nel proprio contesto di vita. Di seguito si forniscono le schede informative sui Servizi di sostegno per il mantenimento dell’anziano a domicilio: • Assegno di cura: l’assegno di cura è un sostegno economico a favore delle famiglie che assistono in casa propria un anziano non autosufficiente; • Assistenza domiciliare: il Servizio di assistenza domiciliare ha lo scopo di permettere alle persone di rimanere al proprio domicilio, vicino alla famiglia e nella realtà sociale di appartenenza, attraverso interventi prevalentemente sociali, socio-sanitari o sanitari; • Centri diurni: è una struttura semi-residenziale che offre assistenza e realizza programmi di riattivazione e mantenimento, socializzazione e animazione nelle ore del giorno, con rientro dell’anziano a domicilio la sera; • Accoglienza temporanea di sollievo: l’accoglienza temporanea può rappresentare un vero e proprio ricovero di sollievo per garantire un periodo di riposo alle famiglie che scelgono di assistere l’anziano a casa e di non ricorrere al ricovero definitivo; • Agevolazioni, contributi e consulenze adattamento domestico e assistenza fiscali per anziani non autosufficienti: per adattare la propria abitazione, eliminare barriere architettoniche, scegliere automazioni, arredi personalizzati e altri ausili domestici è a disposizione una rete di centri di consulenza. Sono inoltre disponibili diverse forme di contributi economici e agevolazioni fiscali per la casa, gli ausili e gli autoveicoli, detrazioni/ deduzioni per gli anziani in struttura e per chi assiste a domicilio una persona anziana; • Telesoccorso: un sistema di telecomunicazione che collega il domicilio dell’anziano con una centrale operativa in grado di seguirlo e di attivare gli interventi ed i servizi in caso di richiesta di intervento. Il servizio è attivo in alcuni comuni, il cittadino interessato deve pertanto rivolgersi al Comune di residenza.

Assistenti familiari (badanti) Molte famiglie emiliano-romagnole sono supportate, nell’assistenza a persone fragili, non autosufficienti e/o con disabilità al loro domicilio, da assistenti famigliari, prevalentemente donne straniere.

Cosa fa la Regione La Regione ha assunto, fra i propri obiettivi di programmazione socio-sanitaria, la promozione della qualificazione e regolarizzazione del lavoro di cura a domicilio svolto da assistenti famigliari a favore di persone anziane e/o disabili, favorendone l’integrazione nell’ambito della rete dei servizi.

Programmi di qualificazione e regolarizzazione del lavoro di cura nell’ambito dell’FRNA Con l’avvio del “Fondo regionale per la non autosufficienza” – FRNA – (Delibera di Giunta regionale – DGR n. 509/07), è stata prevista, fra gli elementi essenziali minimi della rete distrettuale di servizi, la garanzia di un programma di emersione, regolarizzazione e qualificazione del lavoro delle assistenti famigliari. Tale programma include: • lo svolgimento organizzato delle funzioni di ascolto e sostegno delle famiglie e delle assistenti familiari; • la garanzia di informazioni e consulenze personalizzate; • iniziative di formazione, aggiornamento e tutoring alle assistenti familiari; • l’integrazione e il sostegno al piano individuale assicurato da famiglia e assistente familiare. In ogni ambito distrettuale è presente un referente per il programma di qualificazione e regolarizzazione del lavoro di cura, che di norma si avvale di una squadra di esperti in materia sociale, socio-sanitaria e sanitaria per garantire, con continuità, un punto di riferimento qualificato. Per informazioni di carattere generale su questa tematica e sui servizi, interventi e contributi previsti per le persone anziane e le loro famiglie, ci si può rivolgere ai “servizi assistenza anziani – SAA”.

Informazione e l’aggiornamento A supporto della qualificazione del lavoro di cura sono stati realizzati opuscoli informativi multilingue per gli assistenti famigliari stranieri sui principali ambiti assistenziali di intervento. Gli opuscoli, prodotti in italiano, sono stati tradotti in 8 lingue straniere: russo, polacco, inglese, arabo, rumeno, francese, spagnolo, albanese.

Alzheimer e demenze L’allungamento della speranza di vita nei paesi occidentali ha portato ad un aumento delle patologie legate all’invecchiamento, tra cui le demenze senili (Malattia di Alzheimer, demenze vascolari, ecc.). La demenza è oggi considerata una “malattia sociale”, perché non coinvolge solo l’individuo malato, ma anche la rete sociale in cui è inserito. Le famiglie sono profondamente coinvolte nel processo di cura e assistenza, e si trovano ad affrontare enormi stress fisici e psicologici.

Cosa fa la Regione La Regione Emilia-Romagna, per far fronte al forte impatto sociale che tale malattia impone, ha approvato nel 1999 il Progetto regionale sulle demenze senili (con D.G.R. 2581/99) che ha dato vita a una rete di servizi, presente su tutto il territorio regionale, di Centri specializzati (centri per i disturbi cognitivi e demenze) nella diagnosi e cura delle demenze, collegati ai servizi socio-sanitari anche domiciliari. Dal 2016 con il Recepimento del Piano nazionale demenze, la Regione ha aggiornato le proprie indicazioni per la rete dei servizi, approvando un aggiornamento del Progetto regionale Demenze con DGR 990/16. Per una prima visita presso un Centro per i disturbi cognitivi e demenze, è necessario rivolgersi al proprio medico di famiglia. Per accedere ai servizi è necessario rivolgersi al Servizio assistenza anziani (Saa) del proprio territorio oppure all’assistente sociale del Comune di residenza.

Come e dove ottenere una diagnosi In Emilia-Romagna è presente una rete di oltre 50 centri per i disturbi cognitivi e demenze, distribuiti su tutto il territorio regionale, dove operano éuipe multi-professionali per una valutazione diagnostica approfondita dei casi. I centri svolgono anche i compiti delle ex Unità di valutazione Alzheimer (Uva) previsti dal decreto del Ministro della Sanità del 20/07/2000 per l’attuazione del protocollo di monitoraggio farmacologico per la malattia di Alzheimer (ex progetto Cronos). I centri non si limitano a prescrivere farmaci, ma rappresentano un punto di riferimento per la famiglia in senso più ampio e assolvono alla funzione di orientamento nel percorso di accesso ai servizi territoriali. Le principali funzioni dei centri sono: • valutazione approfondita del caso per una diagnosi adeguata e tempestiva (con accesso privilegiato agli esami di laboratorio e strumentali); • trattamento farmacologico, interventi di stimolazione cognitiva e sostegno alla famiglia in collaborazione con gli altri servizi della rete (Servizio assistenza anziani); • monitoraggio e controllo del caso. L’invio ai centri avviene di norma su richiesta del medico curante. Nel caso in cui sia un familiare o un conoscente a rendersi conto che qualcosa non va, per esempio di fronte a comportamenti insoliti di un anziano, caduta del tono dell’umore (depressione), aggressività, segni di decadimento della memoria, è importante rivolgersi tempestivamente al proprio medico di fiducia che potrà indirizzare ai consultori per le demenze per una valutazione approfondita del caso.

Le cure farmacologiche Allo stato attuale le demenze senili non sono guaribili, ma esistono interventi, sia farmacologici che non (ad esempio la stimolazione cognitiva) che possono rallentare la progressione della malattia stessa e avere effetti positivi sulla qualità della vita dell’ammalato e di colui/colei che se ne prende cura.

Cure farmacologiche per il rallentamento del deterioramento cognitivo In Emilia-Romagna è possibile accedere al protocollo Ex progetto Cronos (sperimentazione avviata dal Ministero della Salute con Decreto del 20/7/00 e conclusa nel 2002) per la somministrazione dei farmaci anticolinesterasici. Al protocollo possono essere ammessi solo i pazienti con diagnosi di malattia di Alzheimer in una fase iniziale di gravità lieve-moderata. Una volta ricevuta la diagnosi, i medici del consultorio valuteranno la possibilità o meno di inserire la persona nel protocollo farmacologico. Ora i farmaci anticolinesterasici sono inseriti nella nota AIFA n. 85 e nella maggior parte dei casi vengono distribuiti direttamente ai pazienti dalle strutture pubbliche tramite le farmacie ospedaliere o i centri demenze. Tutti i pazienti in trattamento vengono seguiti, per aggiustamenti delle dosi ed eventuale sospensione della terapia, in accordo con il medico di famiglia e con controlli periodici da parte del consultorio. Se prescritti nell’ambito del protocollo Ex Progetto Cronos, i farmaci sono completamente gratuiti.