Accordi e disaccordi

Mentre il comparto si interroga sugli effetti della Legge di Bilancio recentemente approvata (dividendosi, come logico che sia, tra chi critica e chi applaude) credo che sia opportuno prenderci del tempo utile per fare il punto su una questione che tocca, molto da vicino, le strutture sanitarie assistenziali del nostro Paese. La famigerata ‘moratoria’ sulle professioni. Tra favorevoli e contrari, questa decisione dell’Esecutivo divide e accende gli animi di tanti professionisti del settore lasciando la discussione ancora aperta (e controversa). Partiamo dalla coda e vediamo cosa dice la legge sintetizzando l’emendamento chiave: “Chi ha svolto professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione senza il possesso di un titolo abilitante per l’iscrizione all’albo professionale, per un periodo minimo di 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni, potrà continuare a svolgere le attività professionali previste dal profilo della professione sanitaria di riferimento, purché si iscriva, entro il 31 dicembre 2019, in appositi elenchi speciali ad esaurimento, che dovranno essere costituiti entro 60 giorni con decreto del Ministero della Salute, e istituiti presso gli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, fermo restando che tale iscrizione non si tradurrà in un’equiparazione”. Fino a qui quel che dice la regola, ma perché questa norma sta destando tanto scalpore? Da mesi, infatti, le critiche all’indirizzo del Governo piovono da ogni dove e le più dure arrivano dalle associazioni di professionisti interessate dal provvedimento che gridano allo ‘scandalo’ parlando di sostanziale avallo ad un ‘esercizio abusivo’ della professione. Ma tra attacchi e repliche, l’impressione è che si sia ancora troppo distanti da una definizione chiara della questione e ancor di più da una cessazione delle ostilità. Facciamo, quindi, ancora un passo indietro analizzando il perché si sia deciso di intervenire con questa norma. L’emendamento è stato pensato dal Governo gialloverde come un sostanziale correttivo a un vulnus generato dalla precedente amministrazione che istituiva 17 nuovi ordini professionali in campo sanitario, stabilendo un obbligo di iscrizione per chiunque volesse esercitare la professione. Anche in questo caso però, una regola – del tutto condivisibile – ha determinato conseguenze pratiche indesiderate tagliando di fatto fuori dai giochi migliaia di lavoratori del settore che non hanno potuto iscriversi perché sprovvisti di un titolo di studio riconosciuto dallo Stato (spesso per giunta non per negligenza, ma perché le regole di accesso e i titoli necessari per esercitare le professioni sono cambiate molte volte nel corso degli anni determinando uno status quo professionale fortemente disomogeneo). Ora, cercare di dividere i ‘buoni’ dai ‘cattivi’ appare un esercizio tanto inutile quanto impossibile perché appare chiaro che le ragioni appartengono a entrambe le parti. Il problema però resta, è serio e va affrontato di petto in nome di una regolamentazione (necessaria) e di un buon senso (auspicato). Un compito di sintesi non facile a cui sarà chiamato, nei prossimi mesi, tutto il comparto. In bocca al lupo e buon lavoro.

Buona lettura.