I vari volti della perdita di memoria

Disturbi della memoria, molto comuni e notoriamente legati all’età. Ci aiuti a farci un’idea più precisa: di cosa stiamo parlando? La memoria è un sistema necessario al mantenimento delle informazioni e i disturbi di memoria possono riguardare tanti aspetti della memoria stessa, in quanto ci troviamo dinanzi ad un sistema non unitario ma molto complesso e articolato. I vari tipi di memoria possono essere distinti a seconda delle caratteristiche temporali dell’elaborazione richiesta al momento della codifica e del recupero.

La nostra esperta di Villaggio Amico, la dott.ssa Locusta, descrive per noi il più comune dei disturbi legati all’avanzamento dell’età, la perdita di memoria. Di cosa si tratta? Come contrastarla? Analizziamo la tematica partendo dalla più importante delle domande: quale l’origine di questa malattia?

La nostra esperta di Villaggio Amico, la dott.ssa Locusta, descrive per noi il più comune dei disturbi legati all’avanzamento dell’età, la perdita di memoria. Di cosa si tratta? Come contrastarla? Analizziamo la tematica partendo dalla più importante delle domande: quale l’origine di questa malattia?

Ad esempio, la persona può avere un disturbo della memoria di lavoro, ossia l’incapacità di mantenere informazioni utili per essere utilizzate nei secondi successivi, oppure un deficit nella memoria a lungo termine, che si manifesta con l’incapacità di immagazzinare e recuperare le informazioni dopo un intervallo temporale. Seppur vero che i disturbi della memoria riguardano notoriamente gli anziani, tuttavia, possono anche subentrare a seguito di un trauma o di una patologia, a qualunque età. Il disturbo di memoria è, infatti, presente in molti tipi di patologie (traumatiche, infettive, tossiche, vascolari, degenerative, metaboliche). Se parliamo esclusivamente del disturbo di memoria legato all’età, è necessario riferirci a tutti quei cambiamenti che subentrano nell’organizzazione e nella struttura delle abilità mentali correlati ad essa. Tuttavia, diventare anziani non significa necessariamente non avere memoria. Ad esempio, la memoria autobiografica che immagazzina fatti ed eventi accaduti alla persona in relazione a schemi o percorsi di significato, ossia quella memoria che mette insieme le esperienze personali avvenute in tempi e luoghi precisi, difficilmente si perde. Nell’anziano possiamo osservare più spesso altre difficoltà come, ad esempio, il fenomeno cosiddetto della parola “sulla punta della lingua”, ossia la difficoltà che si incontra nel ricordare una parola, pur sapendo di conoscerla perfettamente. Questo fenomeno potrebbe essere legato, secondo alcuni studi, alla memoria semantica, nello specifico a un deficit a livello del recupero completo dell’informazione fonologica della parola stessa. Ad ogni modo queste problematiche, se sporadiche, non costituiscono un vero e proprio deficit di memoria ma possono essere generate da più fattori come, ad esempio, lo stress. Inoltre, mentre prima si riteneva che lo sviluppo cognitivo terminasse con la fine dell’adolescenza e che l’età adulta, soprattutto quella avanzata, fosse associata a un vero e proprio declino cognitivo generale, ora a questa visione di perdita delle funzioni cognitive – come ad esempio di perdita della memoria – si è contrapposto un nuovo approccio chiamato life span, che ha portato a considerare i cambiamenti lungo tutto l’arco di vita della persona, sostenendo che in ogni fase vi sono non solo perdite ma continue e preziose acquisizioni. Questo nuovo approccio ci fa notare come non tutti gli anziani abbiano un disturbo della sfera cognitiva (come, appunto, un disturbo di memoria). A fare la differenza è il tempo e la costanza con cui si manifesta o meno un disturbo cognitivo: se notiamo nell’anziano un disturbo della memoria, associato magari ad un deficit di altre funzioni cognitive (ad esempio dell’attenzione, del linguaggio, della pianificazione delle azioni, etc.) che si manifesta costantemente nella quotidianità della persona stessa, allora potremmo essere dinanzi ad una possibile demenza, ossia a una disfunzione cronica, progressiva e generalmente irreversibile delle funzioni del sistema nervoso centrale, il cui risultato è un declino cognitivo generale e la cui forma più conosciuta è la malattia di Alzheimer.

Ad esempio, la persona può avere un disturbo della memoria di lavoro, ossia l’incapacità di mantenere informazioni utili per essere utilizzate nei secondi successivi, oppure un deficit nella memoria a lungo termine, che si manifesta con l’incapacità di immagazzinare e recuperare le informazioni dopo un intervallo temporale. Seppur vero che i disturbi della memoria riguardano notoriamente gli anziani, tuttavia, possono anche subentrare a seguito di un trauma o di una patologia, a qualunque età. Il disturbo di memoria è, infatti, presente in molti tipi di patologie (traumatiche, infettive, tossiche, vascolari, degenerative, metaboliche). Se parliamo esclusivamente del disturbo di memoria legato all’età, è necessario riferirci a tutti quei cambiamenti che subentrano nell’organizzazione e nella struttura delle abilità mentali correlati ad essa. Tuttavia, diventare anziani non significa necessariamente non avere memoria.

Una volta accertato che il disturbo cognitivo non è dovuto a stress, a patologie sottostanti di diversa natura rispetto alla demenza, a traumi o a un “normale” invecchiamento, si potrà intervenire con una presa in carico del paziente

Ad esempio, la memoria autobiografica che immagazzina fatti ed eventi accaduti alla persona in relazione a schemi o percorsi di significato, ossia quella memoria che mette insieme le esperienze personali avvenute in tempi e luoghi precisi, difficilmente si perde. Nell’anziano possiamo osservare più spesso altre difficoltà come, ad esempio, il fenomeno cosiddetto della parola “sulla punta della lingua”, ossia la difficoltà che si incontra nel ricordare una parola, pur sapendo di conoscerla perfettamente. Questo fenomeno potrebbe essere legato, secondo alcuni studi, alla memoria semantica, nello specifico a un deficit a livello del recupero completo dell’informazione fonologica della parola stessa. Ad ogni modo queste problematiche, se sporadiche, non costituiscono un vero e proprio deficit di memoria ma possono essere generate da più fattori come, ad esempio, lo stress. Inoltre, mentre prima si riteneva che lo sviluppo cognitivo terminasse con la fine dell’adolescenza e che l’età adulta, soprattutto quella avanzata, fosse associata a un vero e proprio declino cognitivo generale, ora a questa visione di perdita delle funzioni cognitive – come ad esempio di perdita della memoria – si è contrapposto un nuovo approccio chiamato life span, che ha portato a considerare i cambiamenti lungo tutto l’arco di vita della persona, sostenendo che in ogni fase vi sono non solo perdite ma continue e preziose acquisizioni. Questo nuovo approccio ci fa notare come non tutti gli anziani abbiano un disturbo della sfera cognitiva (come, appunto, un disturbo di memoria). A fare la differenza è il tempo e la costanza con cui si manifesta o meno un disturbo cognitivo: se notiamo nell’anziano un disturbo della memoria, associato magari ad un deficit di altre funzioni cognitive (ad esempio dell’attenzione, del linguaggio, della pianificazione delle azioni, etc.) che si manifesta costantemente nella quotidianità della persona stessa, allora potremmo essere dinanzi ad una possibile demenza, ossia a una disfunzione cronica, progressiva e generalmente irreversibile delle funzioni del sistema nervoso centrale, il cui risultato è un declino cognitivo generale e la cui forma più conosciuta è la malattia di Alzheimer.

Quali le possibili cause? Il disturbo della memoria si può verificare in varie lesioni le quali disconnettono il circuito tra l’ippocampo, i nuclei della base e i lobi frontali e che sono provocate da patologie cerebrali, tra cui il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la malattia di Alzheimer e le altre demenze corticali e sottocorticali. Non dimentichiamo che il disturbo della memoria può presentarsi anche in seguito a una lesione cerebrale traumatica oppure a causa di un trauma psicologico (pensiamo, a questo proposito, alla perdita di memoria che può verificarsi a seguito di un evento traumatico e che non permette l’attendibilità, in un processo giudiziale, della testimonianza). Altre cause possono essere l’ipossia e i disturbi derivanti dall’assunzione di elevate quantità di alcol. Un disturbo della memoria è spesso frequente nei pazienti con disturbo dell’umore. Se pensiamo alla depressione vediamo come vi è una associazione tra tale disturbo e la demenza e come i pazienti manifestino gravi problemi riguardanti l’attenzione e la memoria.

Cosa potrebbe risultare un campanello d’allarme per il disturbo di memoria? Riferendoci esclusivamente al disturbo di memoria dell’anziano potremmo dire che, con il passare degli anni, una lieve deflessione delle performance a livello cognitivo può considerarsi fisiologica. Ciò che dovrebbe farci allertare è quando risulta compromessa l’autonomia della persona nelle occupazioni della vita di tutti i giorni. Facciamo un esempio chiarificatore: dimenticare un compleanno, un appuntamento o un anniversario può capitare perché si tratta di piccoli lapsus di memoria. Differente, invece, è se i familiari della persona lamentano che il soggetto domanda o ripete continuamente le stesse cose o se accade che riponga gli oggetti in posti inconsueti. Anche il non ricordare se si è spento il gas o se la porta di casa è stata chiusa potrebbero essere segnali evidenti di qualcosa che non funziona come dovrebbe, soprattutto se capitano spesso. Analogamente, bisogna suonare il campanello di allarme se al disturbo della memoria si associano anche variazioni dell’umore e del comportamento, un aumento dell’apatia e una tendenza al completo ritiro sociale.

Quali gli accertamenti da fare? In primis, è bene parlarne con il proprio medico di medicina generale, che potrà richiedere una visita neurologica e una neuropsicologica. Un accurato processo diagnostico potrà distinguere il normale invecchiamento fisiologico da un disordine neurocognitivo minore e da una possibile sindrome demenziale. Successivamente ad una raccolta anamnestica, eseguendo quindi una accurata raccolta della storia della persona (medica, psicologica, cognitiva), si potrà procedere con eventuali esami strumentali prescritti al paziente e con una valutazione basata sulla somministrazione di una serie di test neuropsicologici, in grado di delineare un ben preciso profilo cognitivo del paziente.

Come intervenire? Una volta accertato che il disturbo cognitivo non è dovuto a stress, a patologie sottostanti di diversa natura rispetto alla demenza, a traumi o a un “normale” invecchiamento, si potrà intervenire con una presa in carico del paziente: i clinici si occuperanno sia della terapia farmacologica sia di quella non farmacologica. Se dovessero evidenziarsi disturbi cognitivi multipli, fondamentale sarà stabilire un ordine di priorità rispetto alle funzioni da sottoporre ad uno specifico trattamento. Facciamo un esempio: se dovessimo avere un paziente gravemente afasico – ossia con una incapacità di esprimersi mediante la parola o la scrittura o con incapacità di comprendere il significato delle parole dette o scritte da altri –, che presenta anche una acalculia (difficoltà nel fare i calcoli), risulterà necessario concentrarci sull’afasia, in modo che la persona possa recuperare, anche se in minima parte, la sua competenza linguistica indispensabile per la comunicazione. Un buon intervento per il disturbo di memoria e per le funzioni cognitive generali è la Cognitive Stimulation Therapy (CST), ossia la terapia di stimolazione cognitiva che lavora sul miglioramento della qualità di vita delle persone, con esercizi che vanno a stimolare per gradi tutte le funzioni cognitive, e che ha un effetto positivo anche sul tono dell’umore.

Il fattore tempo è in qualche modo rilevante nel contrastare il progredire del disturbo? Assolutamente sì. Prevenire e accorgersi in tempo che qualcosa non va può mettere in atto un processo di cura e di accoglienza della persona che va ad agire positivamente su di essa, non solo dal punto di vista cognitivo ma anche psicologico.

Voi di Villaggio Amico avete recentemente promosso una settimana di valutazioni gratuite. In cosa consiste l’iniziativa? La settimana di valutazioni gratuite presso la residenza sanitaria assistenziale alle porte di Milano Villaggio Amico ha permesso la somministrazione del Test MoCa, Montreal Cognitive Assessment, uno strumento di screening del deterioramento cognitivo lieve, attraverso il quale il clinico può appurare se il soggetto ha una prestazione nella norma o meno. Villaggio Amico ha dato questa possibilità ai cittadini proprio in un’ottica di prevenzione dei disturbi cognitivi. Ogni test è stato preceduto da un colloquio di anamnesi neuropsicologica, utile per una possibile analisi differenziale tra patologie parzialmente sovrapponibili e indispensabile per la conoscenza del paziente stesso. Inoltre, sono stati forniti dei suggerimenti alla persona stessa, nel caso in cui il punteggio al test si sia rivelato indicativo di attenzione clinica.